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Il problema dell'incontinenza femminile

Risultano oltre tre milioni le persone, all'interno del nostro paese, soggetti a iper-attività vescicale, una patologia che provoca molteplici disagi sia in ambito professionale che privato. Poca sicurezza, nervosismo, e non accettazione del disturbo sono alcuni dei sentimenti che maturano i soggetti femminili affetti da questo disturbo, i quali risultano in numero decisamente maggiore rispetto agli uomini, per una patologia limitante e invasiva.

Stati d'animo nascosti a causa di un tabù che non dovrebbe essere tale, esercitato, in gran parte, persino nei confronti del medico, nella sbagliata idea che sia un disagio non curabile a cui ci si deve semplicemente abituare. Ad avallare l'idea che la vescica iperattiva rappresenti tutt'oggi un qualcosa di cui ci si vergogna a parlare è uno studio realizzato dall'Istituto ricerche Mannheimer, che ha effettuato un'indagine in merito a questo disagio prettamente femminile. La situazione rivelatasi si caratterizza da una pessima divulgazione a riguardo, luoghi comuni, e la raffigurazione di questo disturbo come di un tabù duro a morire, con conseguenti problemi di tipo affettivo causanti un forte senso di solitudine. Vi è inoltre una certa difficoltà nell'includere questa patologia tra i disturbi da comunicare al proprio medico allo scopo di prodursi in una cura adeguata, che per le pazienti appare spesso, aprioristicamente, inefficace. In ogni caso, i soggetti interessati mostrano la necessità di saperne di più a riguardo di questo disturbo, sovente alla ricerca di qualcuno a cui comunicare il disagio, ma a questo punto sorge quella sorta di protezione dalla vergogna che blocca ogni tipo di canale di scambio. È in questi casi che le donne si affidano a internet, che non si rivela, comunque, ancora un luogo idoneo per rintracciare informazioni affidabili a riguardo, per una massa di informazioni contraddittorie che non aiutano di certo le persone affette da questa patologia. Il direttore del settore qualitativo dell'Istituto ricerche Mannheimer, Paola Tuè, ha dichiarato che il punto centrale della questione riguarda il comportamento delle pazienti, caratterizzato il più delle volte da un forte sentimento di rassegnazione e impotenza. La prima cosa da fare, quindi, in questi casi, è lavorare su di una presa di coscienza da parte di questi soggetti, spingendoli al contrario nel reperire quanti più dati veritieri in merito alla patologia, parlandone inoltre ai propri famigliari e amici, non sentendosi insomma schiacciati dall'impossibilità di una cura o dai luoghi comuni. Il responsabile del reparto di Uroginecologia dell'Università di Milano, Stefano Salvatore, ha spiegato come i soggetti affetti da questa disfunzione dell'organo vescicale sono costretti a svolgere qualsiasi azione quotidiana con il timore di dover utilizzare d'urgenza i servizi, di indossare abiti scuri per il timore di far notare qualche perdita, o di utilizzare sistemi di protezione dalle perdite. Il direttore della sezione di ginecologia dell'ospedale Fornaroli, Michele Mischia, ha spiegato come è sovente, da parte delle pazienti, una certa riluttanza nel parlarne, come se si trattasse di una malattia di cui vergognarsi. Questo atteggiamento rappresenta un duplice problema, dato che da una parte il soggetto interessato non può contare sull'appoggio degli altri, e in questo modo ha anche più difficoltà nell'accedere a informazioni utili a riguardo. Tale comportamento risulta quindi molto dannoso, e la diffusione di tabù di questo tipo non fa che relegare queste persone all'isolamento.