Un nuovo farmaco per arginare la progressione del carcinoma ovarico

La ricerca scientifica e medica cerca sempre di mettere a punto nuovi farmaci che possano combattere in modo sempre più efficace le patologie mortali che affliggono il genere umano. In questi giorni è stata diffusa quella che potrebbe essere una buona notizia per tutte quelle donne che sono state colpite dal cancro alle ovaie, perchè potrebbe allungare la loro aspettativa di vita in attesa di una cura.

Il carcinoma ovarico è il settimo cancro più comune a livello mondiale, e all’ottavo posto come causa di morte per le donne. Le statistiche dicono che c’è una scarsa probabilità di sopravvivenza fino a cinque anni (il 30-40% circa) per le donne a cui viene diagnosticata questa malattia. Non vi è, infatti, cura possibile, solo palliativi che vengono dati come “cura di mantenimento” dopo l’eventuale intervento chirurgico e le successive chemioterapie. Quindi, quando ad una paziente viene diagnosticato un carcinoma alle ovaie in stadio già evoluto, l’intervento del medico consiste nell’allungarne il più possibile la vita cercando, al contempo, di migliorarne la qualità, nella speranza che il male regredisca o che, nel frattempo, vengano messe a punto cure più efficaci. E in questo senso c’è un farmaco che sta dando ottimi risultati e che si spera possa servire proprio allo scopo di allungare la vita media delle pazienti ammalate di tumore ovarico. La malattia viene causata da un danneggiamento della catena del DNA, e soprattutto dalla mutazione o alterazione di uno dei due geni che hanno il compito di riparare il DNA. Questi geni vengono chiamati Brca1 e Brca2 e producono delle proteine; quando, per un motivo ancora sconosciuto agli studiosi, non svolgono più correttamente il loro compito, il corpo si ammala. Accade infatti che anche le cellule vengono sottoposte a mutazioni genetiche che potrebbero condurre allo sviluppo del cancro. Al momento, l’unico modo possibile per porre un freno a questo processo, per quanto non sia possibile invertirlo del tutto, è usare dei farmaci chiamati PARP (Poli ADP-ribosio polimerasi) inibitori. Tali farmaci riescono a stimolare la produzione di un’altra proteina che può in parte riparare il danno genetico, ma soprattutto induce alla morte le cellule cancerose. In una parola, i PARP inibitori riescono a rallentare il decorso della malattia, e sono quindi questi i farmaci di mantenimento che vengono somministrati a chi ha già subito le chemioterapie. C’è in particolare uno di questi medicinali, chiamato olaparib, che di recente è stato oggetto di uno studio condotto su un campione di donne ammalate di carcinoma ovarico in stadio avanzato. Ad un gruppo di queste donne è stato somministrato un altro farmaco – placebo, e al secondo invece è stato somministrato l’olaparib. Le donne prese come oggetto di studio avevano già subito chemioterapia al platino e si erano ammalate per una mutazione genetica Brca1 o Brca2. Alla fine del periodo di studio è apparso evidente come le donne che avevano preso l’olaparib mostrassero segni di una maggiore regressione del male e in generale un aumentato livello di possibilità di sopravvivenza. Nicoletta Colombo, Professore Associato di Ostetricia-Ginecologia all’Università Milano-Bicocca, nonché Direttore del Programma di Ginecologia Oncologica dell’Istituto Europeo di Oncologia, ha detto che i risultati dello studio sono inequivocabili: l’olaparib è l’unico PARP inibitore che abbia dato effetti tanto incoraggianti e positivi sul trattamento del decorso del carcinoma ovarico. Questo offre quindi maggiori speranze a tutte le donne che ne sono affette.